Buonvino – Misteri a Villa Borghese ha chiuso i quattro episodi della sua prima stagione su Rai 1 con quella che potremmo definire una mossa classica delle serie investigative: risolvi il caso, destabilizza il personaggio. E infatti il finale della fiction con Giorgio Marchesi e Serena Iansiti fa esattamente questo, separando nettamente due piani narrativi che fino all’ultimo minuto procedono su binari paralleli.
Il caso del Bioparco: vendetta e dolore antico
Il mistero che ha tenuto insieme gli ultimi episodi trova la sua soluzione secondo le regole consolidate del genere poliziesco. Il cadavere ritrovato nella teca dell’anaconda appartiene a Gino Maggioni, ex chirurgo precipitato in un mondo criminale fatto di usura e spaccio. Non è un omicidio spettacolare o sofisticato: è una vendetta.
Il movente affonda nel passato della vittima, in una tragedia medica mai risolta. Un paziente era morto durante un intervento chirurgico, e la responsabilità di quella morte – reale o percepita – aveva creato una ferita aperta nella famiglia rimasta senza un proprio caro. La moglie di quell’uomo, decisa a rivendicare il dolore subito, diventa quindi l’esecutrice di una giustizia privata che matura nel tempo.
Buonvino non risolve il caso inseguendo la spettacolarità della scena del crimine – il corpo decapitato, la teca dell’anaconda, tutto il teatro macabro costruito intorno al delitto. Il commissario rimasto ai margini della carriera per un errore professionale procede con il suo metodo meno glamour: ricostruisce i legami, scava nei motivi umani, trova la colpa dove il dolore ha smesso di parlare e ha iniziato ad agire.
È una risoluzione che non sorprende chi conosce le dinamiche delle fiction investigative, ma che funziona narrativamente perché conferma ancora una volta che Buonvino non è un genio del crimine: è un uomo che capisce le persone.
L’ultima scena che cambia tutto
Ma il vero finale – quello che promette una seconda stagione e che ha il compito di trascinare gli spettatori oltre il punto di arrivo – arriva dopo. Quando il caso è chiuso e tutto dovrebbe tornare a una normalità provvisoria.
Il rapporto tra Buonvino e Veronica Viganò rimasto in sospeso fin dal primo episodio esplode negli ultimi minuti. Non sappiamo ancora quale sia il colpo di scena preciso – le fonti lo lasciano prudentemente vago – ma è chiaro che qualcosa di drammatico accade. Un “Mi dispiace” pronunciato prima di una tragedia, un cuore distrutto, l’apertura di un nuovo mistero che non è più il mistero di un caso, ma il mistero di quello che accadrà a questi personaggi.
Questo è il punto in cui Buonvino – Misteri a Villa Borghese si rivela una serie che punta dritto a una serialità consapevole. Non chiude niente davvero. Il Bioparco era solo lo scenario, il pretesto per avvicinare persone il cui destino è tutt’altro che tracciato.
Una fiction che sa quello che fa
In quattro episodi, la serie di Rai 1 ha costruito una struttura narrativa solida, basata sui romanzi di Walter Veltroni e portata in video con una certa precisione nel tono. Non è la solita crime fiction italiana affrettata, costruita su steroidi spettacolari. È invece una cosa più lenta, più consapevole delle sue intenzioni: raccontare un uomo che ha sbagliato e che adesso cerca di rimediare, in un posto – Villa Borghese, il cuore di Roma – dove i misteri sono tanti e nessuno vuole davvero che vengano risolti.
Il finale shock tra Buonvino e Veronica è la promessa che la vera indagine è ancora tutta da iniziare. E se Rai 1 avrà voglia di continuare, avrà tutto ciò di cui ha bisogno per farlo: un commissario con un metodo, uno staff di investigatori che inizia a rodarsi, e adesso anche un vero dramma personale che non è un subplot, ma il cuore della storia.
Per una seconda stagione, c’è parecchio materiale su cui costruire.



