Lo sguardo misterioso del fenicottero di Diego Céspedes è il tipo di film che non dimentichi facilmente. Opera prima del regista cileno, vincitore del premio Un Certain Regard al Festival di Cannes 2025, arriva finalmente su Mubi dal 15 maggio 2026 dopo il trionfo sulla Croisette. E non è un caso che una piattaforma come Mubi l’abbia acquisito: è cinema di ricerca, di poesia, di sguardo obliquo sulla realtà.
Una fiaba queer nata dal Deserto di Atacama
Siamo nel 1982 nel Cile di Pinochet, in una cittadina mineraria sperduta nel Deserto di Atacama. Una comunità composta quasi esclusivamente da uomini sopravvive la propria esistenza faticosa grazie a un’unica oasi di felicità: la cantina di Mama Boa, gestita da una matriarca carismatica che ogni sera offre ristoro e allegria attraverso un gruppo di donne trans spiritose, soprannominate con nomi di animali. Flamingo—il fenicottero del titolo—è la stella del locale, ed è anche la madre di Lidia, una bambina di undici anni che diventerà il nostro occhio innocente su questa storia.
Céspedes costruisce una vera fiaba, ma con una struttura narrativa sottile e inquietante. Nel momento in cui scoppia un’epidemia misteriosa—che sappiamo essere AIDS, ma che la comunità non nomina—la rabbia collettiva si riversa sulle donne trans della cantina, accusate di diffondere la malattia attraverso il loro “sguardo peccaminoso”. La diversità si trasforma in minaccia, l’amore in odio, e quello che era uno spazio di libertà diventa il bersaglio di una violenza cieca e superstiziosà.
Il realismo magico come linguaggio politico
Ciò che rende geniale la scelta di Céspedes è il linguaggio formale con cui racconta questa tragedia storica. Non è un dramma-denuncia tradizionale. È una fiaba nel realismo magico—quello stile narrativo che trasforma il quotidiano in qualcosa di leggermente sospeso, dove la poesia convive con la crudeltà. Lo sfondo desolato del Deserto di Atacama, con la sua estraneità quasi metafisica, amplifica questa sensazione. Il paesaggio cileno non è semplice scenografia: diventa un personaggio che marca la solitudine e l’isolamento di questa comunità.
Il film non parla direttamente di AIDS, non lo nomina mai come tale. Lavora attraverso simboli, attraverso lo sguardo della bambina Lidia (interpretata straordinariamente da Tamara Cortés), che gradualmente comprende come la tenerezza e l’amore possano essere fraintesi come malignità da chi ha paura. È una scelta narrativa coraggiosa: affidare il punto di vista a un’undenne costringe lo spettatore a una vulnerabilità parallela, a scoprire l’orrore insieme a lei, senza difese adulte.
Un cast che respira insieme
Sostenere il peso emotivo di questa storia ricade principalmente sulle spalle del cast corale. Tamara Cortés nei panni di Lidia è incredibilmente presente: con quegli occhi che passano dall’innocenza alla consapevolezza, trasforma ogni scena in un momento di apprendimento crudele. Matías Catalán incarna Flamingo con una forza affettuosa, il carisma di chi sa di essere desiderato e minacciato simultaneamente. Ma è Paula Dinamarca, attrice trans, a rappresentare il cuore simbolico del film nel ruolo di Mama Boa—la madre spirituale, la saggia, colei che insegna a Lidia che per esistere bisogna combattere, ma che per essere felici basta un po’ di tenerezza.
Questa è la vera lezione del film, ed è rivoluzionaria in modo sottile. In un momento di panico collettivo, di epidemia, di stigma, il film non cede a melodrammi. Propone invece che la resistenza non è solo lotta violenta: è anche—soprattutto—la capacità di mantenere viva la gentilezza, di continuare ad amare quando amare è pericoloso.
Perché Céspedes meritava Cannes
È raro trovare un’opera prima così consapevole di sé stessa, così precisa nel linguaggio formale, così generosa nei confronti dei personaggi. Céspedes non giudica nessuno: nemmeno la comunità che si volta contro le donne trans, perché capisce che la paura è il vero mostro. Il film costruisce la sua bellezza dall’interno di questa complessità.
Su Mubi avrà il pubblico che merita: uno spettatore curioso, disponibile a lasciarsi condurre in una storia che non spiega tutto a voce alta, che lascia spazi di silenzio e di contemplazione. In un cinema dove i blockbuster divorano lo schermo, Lo sguardo misterioso del fenicottero è un sussurro necessario.



