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"At the Sea" — Recensione

Recensione

Berlinale 2026

"At the Sea" — Recensione

4.0 su 5

Kornél Mundruczó dirige Amy Adams in un dramma sulla riabilitazione e il trauma. L'attrice americana mostra una maturità rara. Mundruczó conferma il talento di 'Pieces of a Woman'.

di Alessio Valtolina ·

Kornél Mundruczó è un regista ungherese che il cinema d’autore ha conosciuto con “White God” del 2014 (premio Un Certain Regard a Cannes) e consacrato con “Pieces of a Woman” del 2020. “At the Sea” è il suo ritorno alla Berlinale 76, con Amy Adams in una performance che ricorda — e dico con cautela — la Vanessa Redgrave anni ‘70.

La storia. Mara Schenker (Adams) è un’ex ballerina famosa di sessant’anni che esce da una clinica di riabilitazione per alcolismo nei Paesi Bassi. Torna nella casa di mare della famiglia, sulla costa del Mare del Nord, dove non metteva piede da vent’anni. Ad accoglierla c’è la figlia adulta Hannah (Vicky Krieps, sì, di nuovo dopo Venezia 82), con cui Mara non ha più rapporti significativi dopo un evento traumatico che il film svela gradualmente.

Amy Adams come non l’abbiamo mai vista

Tagliamo corto: Amy Adams è da anni un’attrice che meriterebbe più cinema d’autore. Lavora benissimo con Spielberg (“The Post”), con Adam McKay (“Vice”), con David O. Russell (“American Hustle”), ma il pubblico la associa ancora a “Enchanted” o “Arrival”. Qui Mundruczó la prende e la spinge in territori dove non era mai andata. Mara è una donna ferita che ha smesso di chiedere scusa per la propria vita. Adams costruisce questo personaggio con sottrazione: niente lacrime di mestiere, niente catarsi facili. Quando in una sequenza dell’ottantesimo minuto Mara balla da sola sulla spiaggia al tramonto, Adams non sta recitando il dolore — sta recitando l’accettazione del dolore. Sono due cose diverse, e Adams sa farle entrambe.

Vicky Krieps è la perfetta partner. Il suo personaggio non è scritto come “la figlia ferita” — è scritto come una donna adulta che ha già fatto pace con il fatto che la madre non cambierà mai. Krieps la abita con una freddezza che non scivola mai nella crudeltà.

Mundruczó tra Bergman e Sirk

C’è una tradizione del cinema sulla maternità ferita che parte dal Bergman di “Sinfonia d’autunno” (1978) e arriva fino al Asghar Farhadi di “Una separazione”. “At the Sea” si inserisce in questa famiglia con sensibilità contemporanea. Mundruczó non è Bergman — il film è meno mistico, più psicologico — ma c’è un dialogo evidente con la tradizione. La fotografia di Marina Lapina (regolare collaboratrice di Mundruczó) lavora con luci basse, palette grigi-blu invernali, mare del Nord eternamente nuvoloso. Bazin parlava di paesaggio come stato d’animo: eccolo.

L’unico difetto è la sceneggiatura di Kata Wéber (storica collaboratrice e compagna di Mundruczó). Alcuni dialoghi nelle scene di terapia familiare scivolano nel didascalico, ti spiegano emozioni che il film stava già mostrando. Avrebbe funzionato meglio una sceneggiatura più asciutta.

Il finale, infine, non risolve. È coerente con il film — Mundruczó rifiuta la catarsi — ma alcuni spettatori vorrebbero un punto di chiusura. Io l’ho apprezzato, ma è una scelta che dividerà.

Distribuzione italiana confermata da BIM per la primavera 2026.

Presentato in concorso alla 76ª Berlinale.

Pregi

  • Amy Adams in una delle sue performance più sottili
  • Mundruczó controlla benissimo il dramma da camera senza scivolare nel melò
  • Fotografia marina di Marina Lapina spettacolare

Difetti

  • Sceneggiatura di Kata Wéber un po' didascalica nei dialoghi terapeutici
  • Finale che non risolve davvero
4.0 su 5

Verdetto

Buon Mundruczó, ottima Adams. Quattro stelle convinto.