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"Blue Moon" — Recensione

Recensione

Berlinale 2025

"Blue Moon" — Recensione

4.0 su 5

Richard Linklater filma una notte sola — Lorenz Hart al tramonto, l'America al tramonto — e Andrew Scott vince meritatamente l'Orso d'Argento. Cinema di parole come non se ne facevano più.

di Alessio Valtolina ·

Richard Linklater è uno di quei registi che, quando si attiene al proprio terreno — il cinema di conversazione, da “Before Sunrise” a “Boyhood” — è praticamente imbattibile. “Blue Moon”, presentato in concorso alla 75ª Berlinale, è il suo ritorno a questa modalità dopo gli esperimenti meno riusciti di “Hit Man” e “Apollo 10½”. E il sottoscritto è uscito dalla proiezione convinto di aver visto uno dei migliori Linklater del decennio.

La storia. 31 marzo 1943, New York. Al ristorante Sardi’s, vicino al Music Box Theatre, si sta festeggiando la prima di “Oklahoma!”, il musical che Rodgers e Hammerstein hanno appena scritto e che cambierà per sempre la storia di Broadway. Tra i tavoli, al bar, da solo, beve Lorenz Hart (Andrew Scott), il geniale paroliere che fino a tre mesi prima era stato il partner artistico di Rodgers. Sostituito da Hammerstein per il suo alcolismo e la sua omosessualità non dichiarata, Hart guarda gli ex amici trionfare. Mancano pochi mesi alla sua morte (novembre 1943). Il film è la notte di una persona che sta perdendo tutto.

Andrew Scott in stato di grazia

Tagliamo corto: la cosa che il film racchiude di più memorabile è Andrew Scott. L’attore irlandese — già impressionante in “Fleabag” e “All of Us Strangers” — qui costruisce un Hart fragile, brillante, autodistruttivo, gay e devastato dalla propria invisibilità. Mai una nota fuori posto. Quando Hart racconta a un giovane scrittore (Bobby Cannavale) la nascita di una sua famosa canzone — “Blue Moon” — Scott trasforma un monologo di otto minuti in un piccolo capolavoro recitativo. Niente di sopra le righe, niente lacrime di mestiere. Solo un uomo che parla, e mentre parla muore.

L’Orso d’Argento al miglior attore è dei più meritati degli ultimi anni. Scott batte concorrenza di livello (Joaquin Phoenix in “Eddington”, Andrew Garfield in “We Live in Time”) e lo fa con la sottrazione, non con il virtuosismo. Ricorda — e dico con cautela, perché il paragone è importante — il William Hurt di “Smoke” o, più ancora, il Philip Seymour Hoffman di “Capote”.

Cinema di parole, cinema di studio

Linklater sceglie di girare quasi tutto il film in un’unica ambientazione — il Sardi’s ricostruito — e di farlo respirare attraverso conversazioni. È il dispositivo di “Before Sunrise”, solo che qui le conversazioni sono fra cinque-sei personaggi che si avvicinano e si allontanano a turni. Margaret Qualley è una giovane fan ammiratrice, Bobby Cannavale un commediografo emergente, Andrew Garfield in cameo è Rodgers stesso, in versione gelida. Tutti orbitano attorno a Hart come pianeti attorno a un sole che sta morendo.

La fotografia di Shabier Kirchner (lo stesso di “Small Axe” di Steve McQueen) ricostruisce il Sardi’s del ‘43 con una saturazione cromatica che ricorda Otto Preminger in “Laura” — luci basse, ombre profonde, dorati. È una scelta che dice tutto: il cinema americano del 1943 era ancora cinema di interno, di conversazione, di cocktail e sigarette. Linklater sta facendo cinema americano oggi nello stile in cui veniva fatto allora. Bazin lo avrebbe amato.

L’unico difetto è che il film chiede pazienza. Se non sai chi è Lorenz Hart, se non conosci la storia di “Oklahoma!”, se Broadway anni ‘40 non ti dice niente — il film ti scivola addosso. Ma se hai un minimo di interesse per la cultura americana del secolo scorso, “Blue Moon” è una piccola gemma.

Distribuzione italiana confermata: Lucky Red, primavera 2026.

Orso d’Argento al miglior attore protagonista alla 75ª Berlinale.

Pregi

  • Andrew Scott in una performance fenomenale, Orso d'Argento meritato
  • Linklater torna al cinema di parola che gli riesce meglio (vedi Before trilogy)
  • Ricostruzione storica perfetta del Sardi's del 1943

Difetti

  • Il film richiede pazienza per chi non conosce Lorenz Hart e la storia di Broadway
  • Margaret Qualley meno sviluppata di quanto il personaggio meritasse
4.0 su 5

Verdetto

Linklater che torna alle sue radici. Andrew Scott è straordinario. Quattro stelle abbondanti.