Grant Gee è un regista britannico che il cinema d’autore conosce per i suoi documentari sui musicisti: “Meeting People is Easy” sui Radiohead (1998), “Joy Division” del 2007, “Patience (After Sebald)” del 2012 — questi ultimi due dei piccoli capolavori del cinema saggio contemporaneo. “Everybody Digs Bill Evans” è il suo passaggio al Concorso berlinese e gli vale a sorpresa il Silver Bear per la migliore regia.
Il film. Non è un biopic. Non è un concerto. Non è un greatest hits. È un saggio visivo di 97 minuti su come Bill Evans (1929-1980), il pianista jazz che ha cambiato il modo di suonare il pianoforte nel cool jazz, ascoltava la musica. Gee usa solo materiale d’archivio — interviste rare con Evans (alcune mai mostrate prima), registrazioni private, footage di sessioni in studio — e costruisce un viaggio dentro l’arte dell’ascolto.
Saggio visivo come forma
Tagliamo corto: la cosa straordinaria qui è la forma. Gee non spiega Evans. Non narra Evans. Non psicologizza l’eroinomania, la depressione, le morti tragiche della sua famiglia. Gee mostra Evans suonare, e mentre suona, attraverso il montaggio, ci fa capire come quel modo di suonare sia inseparabile dalla persona. Ricorda — e dico con cautela perché il paragone è importante — il Chris Marker di “Sans Soleil” o il Jean-Luc Godard di “Histoire(s) du cinéma”. Cinema che pensa con le immagini, non che illustra concetti.
C’è una sequenza al minuto cinquanta che è probabilmente la cosa migliore che vedrete al cinema quest’anno. Gee mostra una registrazione del 1961 di “I Loves You Porgy” di Evans dal Village Vanguard. Il piano è quasi fermo, l’audio è restaurato, e il montaggio mostra solo le mani di Evans sul piano. Dura otto minuti. Non c’è altro. È cinema fatto con uno strumento (il pianoforte) e con due mani, e dimostra che il cinema può ancora sorprendere se il regista sa cosa sta facendo.
Documentario d’autore
C’è una tradizione del documentario musicale d’autore che va da D.A. Pennebaker (“Dont Look Back”) al Errol Morris (“Standard Operating Procedure”) al Asif Kapadia (“Amy”). Gee si inserisce in questa famiglia ma con un dispositivo più radicale: non vuole spiegare niente, vuole accompagnare l’ascolto. Per chi ama il jazz, è un’esperienza obbligata. Per chi non sa chi sia Bill Evans, il film può risultare astratto — ma anche quello è un valore: ti costringe a sentire prima di capire.
L’unico difetto è la specificità del soggetto. Bill Evans è uno dei pianisti più importanti della storia del jazz, ma non è un nome che il grande pubblico riconosce immediatamente. Il film non concede compromessi a chi non conosce il contesto: ti aspetta che tu sappia chi era Scott LaFaro, perché morì giovane, perché la registrazione “Sunday at the Village Vanguard” sia un punto di riferimento del jazz moderno. Se non lo sai, il film ti scivola addosso.
Silver Bear per la migliore regia alla 76ª Berlinale. Distribuzione: MUBI ha acquistato i diritti internazionali, disponibile in piattaforma da maggio 2026.



