Sandra Hüller è entrata nella ristretta cerchia delle attrici contemporanee che possono dire “ho cambiato cinema”. Dopo “Toni Erdmann” del 2016, “Anatomia di una caduta” del 2023, “La zona di interesse” dello stesso anno, l’attrice tedesca classe 1978 è diventata un punto di riferimento. “Rose” di Hannah Bergholm (regista finlandese, autrice di “Hatching” del 2022) arriva alla Berlinale 76 e le porta il Silver Bear per la migliore interpretazione protagonista.
La storia. Rose (Hüller) è una traduttrice di 47 anni che vive a Berlino. Mai sposata, mai madre, ha sempre rimandato la decisione. Una sera scopre di essere incinta dopo una relazione di tre mesi con un uomo (il danese Pilou Asbæk) che lei stessa sta lasciando. I 132 minuti del film raccontano le sei settimane successive: la decisione di tenere il bambino o no, il rapporto con la madre anziana, il lavoro che la sta lasciando indietro.
Hüller in modalità sottrazione
Tagliamo corto: la cosa straordinaria qui è quanto poco Hüller “faccia”. Bergholm le chiede di abitare il personaggio attraverso il quotidiano: lavare i piatti, andare in farmacia, parlare con la madre al telefono. Niente monologhi, niente confessionari, niente lacrime di mestiere. Hüller riempie l’inquadratura con la propria presenza fisica e basta. Ricorda — e dico con cautela — la Liv Ullmann del Bergman di “Sussurri e grida”. Stessa capacità di reggere il primo piano senza recitare.
C’è una scena, intorno al minuto sessanta, in cui Rose è in piedi davanti al lavandino del bagno e si guarda allo specchio per cinque minuti senza parlare. Cinque minuti sono lunghi a cinema. Bergholm e Hüller li tengono. Esci dalla scena con la sensazione di aver letto un romanzo in cinque minuti.
Bergholm che cresce
Hannah Bergholm aveva esordito con “Hatching”, horror fiabesco che aveva fatto rumore al Sundance 2022. Qui passa al dramma da camera puro e dimostra di saper fare cinema senza l’apparato genre. La fotografia di Jarmo Kiuru lavora con la luce naturale berlinese, palette grigi-blu invernali, niente musica orchestrale tranne nei titoli di coda. È un film che si fida del proprio silenzio.
L’unico difetto è il pacing. I 132 minuti possono pesare nei momenti di stasi totale. Bergholm avrebbe potuto tagliare quindici minuti senza perdere niente. Anche i comprimari — il padre del bambino, la madre, una collega — sono un po’ funzionali, scritti per servire Rose più che per esistere autonomamente. Ma sono nota piccole dentro un’opera che funziona quasi sempre.
Silver Bear per la migliore interpretazione protagonista alla 76ª Berlinale. Distribuzione italiana confermata da Lucky Red per autunno 2026.



