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"The Message" (El Mensaje) — Recensione

Recensione

Berlinale 2025

"The Message" (El Mensaje) — Recensione

3.5 su 5

Iván Fund arriva da Buenos Aires con un piccolo film che vince il Silver Bear come Best Supporting Performance. Una bambina che parla con i morti, e il cinema argentino che continua a sorprendere.

di Alessio Valtolina ·

Il cinema argentino — quello di Lucrecia Martel, di Pablo Trapero, di Pablo Larraín se ci mettiamo dentro il cono sud — ha una capacità rara di fare cinema piccolo che parla grande. “The Message” (titolo originale “El Mensaje”) di Iván Fund rientra in questa tradizione, ed è arrivato a sorpresa fra i premi della 75ª Berlinale come Silver Bear per la migliore interpretazione di supporto a Anika Bootz, undici anni.

La storia. Anita (Bootz) è una bambina argentina che ha un dono — o una maledizione: sente le voci dei morti. Vive con la madre divorziata in una piccola città della provincia di Buenos Aires, e dopo la morte del nonno improvvisamente diventa “famosa”: vicini, sconosciuti, persino una troupe televisiva la cercano per messaggi dall’aldilà. Iván Fund — regista classe 1984, alla sua quinta opera — costruisce un film che dialoga con il M. Night Shyamalan di “Il sesto senso” ma senza l’apparato horror, e con il Lucrecia Martel di “La ciénaga” per certa lentezza domestica.

Bootz come fenomeno

Tagliamo corto: il Silver Bear ad Anika Bootz è meritato. La bambina non recita, ABITA il ruolo. Il sottoscritto ha cercato online dopo la proiezione e ha scoperto che Bootz è davvero la nipote di una persona che la regista conosceva: Fund l’ha scelta proprio per quella naturalezza che gli attori non possono mai del tutto fingere. Quando Anita parla con la zia morta del suo migliore amico vivente, lo sguardo di Bootz comunica una vecchiezza che è impossibile recitare a undici anni. Ricorda — e dico con cautela — la Brooke Smith di “L’estate dei pesci” o la Carole Bouquet ragazzina di “Cet obscur objet du désir”.

Fantastico senza commerciale

La grande virtù di Fund è non trasformare mai il dispositivo del “medium bambino” in qualcosa di sensazionalistico. Niente effetti speciali, niente musica spaventosa, niente “rivelazioni” finali. Anita parla con i morti come potrebbe parlare con una vecchia zia: senza enfasi, senza dramma. La regia segue questa decisione con coerenza, e il risultato è un film che ricorda — e qui il paragone è forte — il Maurice Pialat di “À nos amours”. Stesso pudore, stesso rifiuto del melodrammatico.

La fotografia di Gustavo Schiaffino lavora con una palette pastello sognante che dà al film un’atmosfera di favola domestica. Quando Anita cammina nel piccolo cimitero del paese, le tonalità rosa e azzurre del crepuscolo argentino diventano cifra emotiva del film.

L’unico difetto è qualche scena di transizione tirata per le lunghe. Fund avrebbe potuto tagliare quindici minuti senza perdere niente, e ne sarebbe uscito un film più affilato. Per il resto, è cinema affettuoso ma non sentimentale, una scoperta che vale la pena seguire. Per chi avrà la fortuna di vederlo nei festival italiani (sicuramente Buenos Aires Film Festival in Italia o Trieste), un titolo da non perdere.

Silver Bear per la migliore interpretazione di supporto alla 75ª Berlinale.

Pregi

  • Anika Bootz, undici anni, è la sorpresa del festival
  • Iván Fund maneggia il fantastico senza scivolare nel commerciale
  • Fotografia di Gustavo Schiaffino con palette pastello sognante

Difetti

  • Il dispositivo del 'medium bambino' rischia il sentimentalismo
  • Alcune scene di transizione tirate per le lunghe
3.5 su 5

Verdetto

Cinema argentino piccolo e affettuoso. Tre stelle e mezzo perché non graffia ma piace.