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"Living the Land" — Recensione

Recensione

Berlinale 2025

"Living the Land" — Recensione

4.0 su 5

Huo Meng vince il Silver Bear per la regia con un film cinese sulla terra, la famiglia e la fine di un'era. Cinema lento, profondo, di quelli che Berlino sa scoprire.

di Alessio Valtolina ·

C’è un filone del cinema cinese contemporaneo che ha trovato in Wang Bing, Jia Zhangke e in misura minore Liu Jiayin i suoi nomi internazionali. Huo Meng, regista classe 1984 alla sua quarta opera, appartiene a questa famiglia. “Living the Land”, presentato in concorso alla 75ª Berlinale, gli vale il Silver Bear per la migliore regia e segna probabilmente la sua consacrazione internazionale.

La storia. Anni ‘90, provincia di Henan, Cina rurale interna. Una famiglia di contadini vive da generazioni sulla stessa parcella di terra. L’industrializzazione galoppante della costa sta arrivando anche qui: i giovani vanno in città, gli anziani restano, la terra si svuota. Nei 158 minuti del film Huo Meng segue tre generazioni di una famiglia attraverso un anno solare. Niente plot, niente colpi di scena, solo la vita che continua.

La regia come stato d’animo

Tagliamo corto: Huo Meng non è un narratore di storie, è un osservatore di durate. I suoi piani sequenza durano minuti, le sue inquadrature non si muovono quasi mai, gli attori (quasi tutti non professionisti) abitano lo schermo senza recitare. Ricorda — e dico con cautela — il Bela Tarr di “Sátántangó” o il Pedro Costa di “Vitalina Varela”. Non è cinema per spettatori frettolosi.

La fotografia di Guo Daming è probabilmente la cosa più memorabile esteticamente. I campi di grano della pianura del Fiume Giallo, le case di mattoni di fango, i bambini che corrono lungo i sentieri al tramonto: tutto è filmato con una distanza che ricorda il Sokurov delle “Pagine sommerse”. Non c’è esotismo, non c’è nostalgia. C’è semplicemente la registrazione di un mondo che sta finendo.

Il dispositivo del tempo

C’è una sequenza, intorno al minuto novanta, che riassume tutto il film. Il nonno della famiglia (un attore non professionista classe 1939) sta seduto sull’aia mentre la moglie raccoglie il bucato. Non si parlano per cinque minuti pieni. Il sole tramonta lentamente. Un gallo canta in lontananza. Il bucato continua a essere raccolto, un capo dopo l’altro. È cinema di durata pura, e funziona perché Huo Meng sa che il tempo, nel cinema, è il vero protagonista.

Bazin diceva che il cinema migliore è quello che ti fa percepire la durata reale degli eventi. Huo Meng prende questa lezione e la radicalizza. Non c’è ellissi: c’è il tempo che passa, ed è quello.

Il Silver Bear per la regia è una scelta della giuria di Todd Haynes che premia il cinema di formazione lenta. Era difficile dare un altro premio importante a un film cinese in un anno con due brasiliani forti (Mascaro, e in Forum un documentario di Petra Costa). La scelta della regia è la più corretta: Huo Meng è regista vero.

L’unico difetto sono i 158 minuti. Avrei tagliato venti minuti senza fatica. Per il resto, fiondatevi se vedete passare il film in un festival di cinema d’autore (Pesaro, Bergamo, Trieste): non arriverà mai in distribuzione mainstream, ma vale la deviazione.

Silver Bear migliore regia alla 75ª Berlinale.

Pregi

  • Direzione di Huo Meng impeccabile, premio meritato
  • Fotografia di Guo Daming che ricorda i Sokurov delle steppe
  • Ritmo lento che diventa esperienza meditativa

Difetti

  • Richiede stomaco per la lentezza, 158 minuti non aiutano
  • Limited release internazionale, difficile da vedere fuori festival
4.0 su 5

Verdetto

Per chi ama il cinema cinese contemplativo, una scoperta. Silver Bear regia ben dato.