C’è un momento in cui il cinema di Jim Jarmusch smette di essere “stile” e diventa qualcos’altro, una specie di pratica meditativa che non ha bisogno di dimostrare niente. “Father Mother Sister Brother”, Leone d’Oro all’82ª Mostra di Venezia, è quel momento. Il sottoscritto è stato in sala al Palabiennale convinto di trovarsi davanti al solito Jarmusch elegante e un po’ compiaciuto, quello di “Paterson” e “The Dead Don’t Die”. E invece il film mi ha disarmato.
Tre capitoli, tre famiglie, tre paesi diversi. Nel primo, due fratelli (Adam Driver e Mayim Bialik) vanno a trovare il padre eccentrico nella sua casa nel New Jersey, dopo anni di assenza. Nel secondo, due sorelle (Cate Blanchett e Vicky Krieps) si ritrovano nella villa parigina della madre, una Charlotte Rampling algida e devastante, per discutere questioni di eredità. Nel terzo, quello più lungo e più rischioso, tre fratelli adulti si riuniscono in una piccola isola del nord Europa per disperdere le ceneri dei genitori che non avevano mai conosciuto davvero.
La cifra del non detto
Tagliamo corto: la cosa che colpisce qui è quanto poco Jarmusch faccia accadere. I dialoghi sono ridotti all’osso, le scene si reggono su sguardi, gesti minimi, il rumore di una caffettiera che borbotta. Il direttore della fotografia Frederick Elmes — lo stesso di “Mystery Train” e di “Eraserhead” di Lynch, mica uno qualunque — costruisce inquadrature che ricordano il Kaurismäki più rigoroso, ma senza il sarcasmo finlandese. C’è una tenerezza qui che il Jarmusch precedente non si era mai concesso davvero. Forse l’età, forse la giuria di Alexander Payne che ha letto bene il momento. Resta il fatto che ogni piano fisso dura quei due-tre secondi in più del normale, e in quei due-tre secondi succede tutto.
Pensiamo al Bresson di “Au hasard Balthazar”: stessa idea che il volto umano filmato senza enfasi sia il luogo del cinema, non il dialogo. Jarmusch ovviamente non è Bresson — non lo è mai stato e non vuole esserlo — ma c’è un parente diretto in quello sguardo. E nel terzo capitolo, quando i fratelli aprono la casa dei genitori scomparsi e iniziano a setacciare oggetti che non dicono niente di chi quei genitori fossero davvero, è impossibile non pensare a “Nostalghia” di Tarkovskij. Il movimento è simile: la memoria come stratificazione di materiali muti.
C’è un altro elemento che fa la differenza qui, e va detto: Cate Blanchett. La sua sequenza nella casa parigina con Rampling è probabilmente la cosa migliore che le abbia visto fare dopo “Tár”. Non sta recitando, sta dosando. Il modo in cui versa il vino, il modo in cui aspetta che la madre finisca di parlare, il modo in cui si accende una sigaretta sul terrazzo senza guardare. È un’attrice che ha capito da tempo che il cinema d’autore non chiede tour de force, chiede precisione. E lei è precisa al millimetro.
Il rischio della freddezza
Brutto brutto? No, però c’è un rischio reale: la sobrietà del film può scivolare nella freddezza, soprattutto nei primi quaranta minuti. Il capitolo americano è il meno riuscito dei tre — Driver è bravo come sempre ma il personaggio del padre non ha abbastanza spazio per emergere. Il film deve aspettare il secondo capitolo per ingranare davvero. Insomma, non è un’opera che ti prende subito, è un’opera che si costruisce nello spettatore mentre dura. Chi cerca progressione drammatica classica, archi di trasformazione, beat narrativi puliti — questo film non glieli darà.
Per il resto, è un Jarmusch in stato di grazia che continua a interrogarsi sulla famiglia come luogo di silenzi più che di racconti. La struttura tripartita ricorda “Mystery Train” del ‘89, ma dove lì c’erano l’ironia e il rock’n’roll, qui c’è l’invecchiamento e l’accettazione. Sono passati trentasei anni. Jarmusch oggi ha quasi settant’anni e fa film che parlano del fatto che a un certo punto i genitori non ci sono più. Difficile non leggerlo come una specie di autobiografia mascherata, perché molte di queste scene hanno l’aspetto del ricordo personale travestito da fiction.
La giuria di Alexander Payne — regista lui stesso ossessionato dalla famiglia e dalle sue zone d’ombra, vedi “About Schmidt” e “The Holdovers” — ha visto giusto. Non era il film più appariscente del concorso (in concorso c’erano Sorrentino, Jarrold, Brillante Mendoza), ma era quello che avrebbe retto meglio nel tempo. E poi, diciamolo: Venezia premiava un anziano gentleman americano del cinema d’autore in un momento storico in cui Hollywood ha smesso di produrre questi film. Anche questo conta.
L’unico difetto
L’unico vero difetto, se proprio devo trovarne uno, è il finale del terzo capitolo. Senza spoilerare nulla, c’è una scelta narrativa che richiede al pubblico una fiducia totale nell’intenzione del regista. Susan Sontag, in “Against Interpretation”, scriveva che il problema del cinema d’autore è quando smette di affidarsi al lettore e inizia a chiedergli atti di fede. Jarmusch qui chiede un atto di fede non piccolo. Io l’ho concesso volentieri, ma capisco chi all’ultimo respiro abbia trovato la conclusione una rinuncia.
Insomma, fiondatevi appena arriva in sala — e arriverà, perché Universal Pictures International ha già preso la distribuzione italiana per la primavera 2026. È un film che merita la sala, non il divano: la mensa di silenzio che lo regge sparisce con i rumori di sottofondo di casa. È il Jarmusch più adulto che abbiamo mai visto e, paradossalmente, anche il più tenero. Una cosa che mi pare degna del Leone d’Oro più di mille film urlanti.
“Father Mother Sister Brother” ha vinto il Leone d’Oro all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia il 6 settembre 2025. Distribuzione italiana primavera 2026.



