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"Minotaur" — Recensione

Recensione

Cannes 2026

"Minotaur" — Recensione

4.0 su 5
2026 2h 15m Dramma

Zvyagintsev torna con un thriller geopolitico glaciale: il dramma borghese incontra l'ombra della guerra ucraina in una Russia svuotata di morale. Brutalista, senza concessioni.

di Alessio Valtolina ·

Minotaur è il film che non ti aspetti se pensi che il cinema politico debba urlare. Andrey Zvyagintsev arriva a Cannes con un thriller geopolitico che non ha fretta di dirti cosa pensare, e anzi, sospetta che il tuo istinto naturale sia di guardarti altrove. È il suo ritorno dopo anni di silenzio, e torna senza scuse, senza concessioni, con lo sguardo di chi sa che il suo pubblico è una minoranza consapevole e la vuole così.

La premessa è quella di un dramma borghese classico — soldi, potere, segreti di famiglia — ma il contesto la strappa via come una carta bruciata. La Russia di Zvyagintsev è vuota, morale assente, e l’ombra della guerra in Ucraina aleggia su ogni inquadratura senza bisognare di essere nominata. È qui che il film trova la sua forza: non è un film sulla guerra, è un film su cosa succede quando una nazione intera smette di avere ragioni per credersi a posto con se stessa. Il dramma privato diventa il sintomo di una malattia collettiva, quella stessa malattia che Zvyagintsev aveva già diagnosticato in film come Leviathan — corruzione, rassegnazione, la banalità del male quotidiano elevata a sistema.

Lo stile brutalista di Zvyagintsev

Lo stile registico è brutalista nel senso più letterale. Gli spazi sono geometrici, freddi, pieni di quella bellezza sgradita che caratterizza l’architettura sovietica o le nuove costruzioni russe: quadrati, linee nette, nessun ornamento. Le stanze in cui si muovono i personaggi sono come celle, e la macchina da presa staziona come una sentinella — non segue i personaggi, li osserva dall’esterno, rivendica una distanza che non si colma mai. Non c’è musica che ti guidi per la mano, non c’è sottolineatura emotiva facile. Quando succede qualcosa di grave — e la lista è lunga — il film non te lo racconta con un violino, te lo mostra in presa diretta e continua come se fosse il meteo.

Prendiamo una scena specifica: due personaggi seduti in una macchina parcheggiata, di notte. Succede qualcosa che potrebbe essere il culmine del film, una rivelazione che in un altro cinema diventerebbe una sequenza montata con tensione, colonna sonora, close-up dei volti. Qui invece la macchina da presa rimane fissa, esterna, fredda come uno sguardo attraverso il vetro di una finestra. Gli attori non urlano, non si muovono molto, parlano a voce bassa. È una scena che potrebbe annoiarti per due minuti oppure potrebbero essere i due minuti più pesanti del film — dipende interamente da te.

Questa è la sfida di Zvyagintsev: ti mette davanti un cinema che non vuole essere amato, che non vuole sedurre, che vuole essere soltanto visto con integrità. È una posizione estrema, quasi filosofica, e il fatto che il film funzioni — e funziona — è una rarità.

Il cast senza compromessi

Il cast sostiene questo rigore senza protestare, senza nemmeno fare affidamento sui nomi grandi. Non c’è nessun momento in cui un attore prova a sedurre lo spettatore con una performance carismatica o virtuosa. Ognuno è un ingranaggio di questa macchina di corruzione e compromesso, e nessuno è più corrotto o più compromesso degli altri — cosa che è esattamente il punto. Questi non sono cattivi romantici, non sono personaggi Shakespeariani con monologhi interiori. Sono gente come te e me che ogni mattina sceglie di stare zitto per continuare a vivere bene, a avere la casa grande, la macchina buona, gli ingressi nei posti giusti.

Gli interpreti mantengono questa linea senza cedimenti: lo sguardo è sempre controllato, il tono di voce misurato, i gesti rari e intenzionali. Non c’è un momento di catarsi emotiva, nessun crollo finale in cui il personaggio ammette tutto e piange. Piuttosto, c’è l’opposto: il film mostra persone che imparano a vivere meglio con le loro bugie, che costruiscono difese sempre più elaborate, che si convincono — attraverso il silenzio e la routine — di non essere davvero responsabili di nulla. È un’osservazione psicologica gelida e profonda.

La concentrazione come prerequisito

Dove il film rischia davvero è nella lunghezza e nella densità narrativa. Zvyagintsev non sceglie la strada della suspense tradizionale, quella che ti tiene sulla sedia con scene d’azione o colpi di scena ogni dieci minuti. Sceglie invece la strada dell’incertezza morale prolungata, della tensione che cresce non perché qualcosa sta per succedere, ma perché sai già che qualcosa è successo — qualcosa di grave — e nessuno ha il coraggio di nomarlo apertamente. Questo funziona perfettamente se sei nella disposizione giusta, se sei pronto a fare fatica mentale. Ma il film non ti aiuta, non scende a compromessi con chi è stanco o distratto.

Ci sono momenti in cui la cronologia salta: scopriamo che qualcosa è già avvenuto pagine dopo che è successo, e dobbiamo ricostruire mentalmente la sequenza degli eventi. La narrazione accenna a dettagli e poi li abbandona, come se il film si fidasse che il tuo inconscio stia già lavorando. I personaggi parlano di cose in modo allusivo, con il tono di chi dà per scontato che l’altro sappia già cosa si intende. Potrebbe sembrare una mancanza di chiarezza, ma è intenzionale: il film sa che la realtà geopolitica non è mai limpida, che le bugie meglio riuscite sono quelle che dicono una parte della verità. Ti costringe a metterti al lavoro come spettatore, a prestare attenzione ossessiva a ogni dialogo, ogni pausa, ogni sguardo.

C’è una sequenza verso il mezzo del film in cui due personaggi hanno una conversazione ambigua in una cucina. Non dicono mai esplicitamente di cosa parlano, ma è chiaro — almeno parzialmente — che stanno negoziando un silenzio, cioè il prezzo del non dire. È una scena magistrale di recitazione negativa, dove quello che NON viene detto è il contenuto vero del film. Zvyagintsev filma questo accordo non-detto come se fosse un mercato della droga, e in un certo senso lo è: il traffico di segreti, il commercio della complicità.

Dalla sfera privata a quella storica

Quello che riesce perfettamente è il passaggio dal dramma privato al dramma storico senza mai sembrare una lezione di storia o un saggio audiovisivo. Non c’è una scena in cui qualcuno spiega il contesto, il significato, la portata della guerra o della corruzione sistemica. Tutto questo è già nelle pareti della casa, nella strada vuota fuori, nello sguardo di un uomo che sa di avere le mani sporche e ha semplicemente deciso di non guardarle più. È cinema maturo, che ritiene il suo pubblico capace di sintesi, di lettura fra le righe.

Zvyagintsev non è nuovo a questo: ha passato la sua carriera a fare questo, da Elena (2011) in poi — prendere una famiglia, uno spazio, uno sguardo, e farvi leggere una nazione. Ma Minotaur è più spietato ancora, più consapevole del fatto che il male non ha una faccia, è una struttura, è l’aria che respirate.

Il verdetto

Minotaur non è un film che esce dal cinema e ti cambia la vita. Non è un film che ti consola o ti riscatta. È un film che ti accompagna in una stanza buia, chiude la porta dietro di te e ti dice: guarda. Non ti piace? Non è colpa mia. E Zvyagintsev ha ragione. Appartiene a quella categoria rara di registi che ha guadagnato il diritto di non piacerti, di non voler piacere, di pretendere che tu faccia lo sforzo di incontrarlo. È una posizione di potere che pochi, tantissimo pochi, possono permettersi nel cinema contemporaneo.

Chi accetta questa sfida — chi entra nella stanza senza pretendere comfort — trova un’opera di sostanza straordinaria, rigida come il ferro, consapevole della propria bellezza gelida, incapace di pietà. È cinema di livello altissimo esattamente perché sa di essere difficile e non te lo perdona. Zvyagintsev ritorna, e non scende a compromessi. Il cinema ha bisogno di questi film, di questi registi, anche se — forse soprattutto perché — la loro assenza di concessioni è un’ascia contro lo stomaco.

Minotaur è al cinema dal 12 settembre 2025 e sarà disponibile in sala d’essai. Portati concentrazione, pazienza, e la disponibilità a non essere intrattenuto. Zvyagintsev ti sta aspettando.

Pregi

  • Visione geopolitica rigorosa e senza retorica
  • Stile registico brutalista coerente dall'inizio alla fine
  • Cast che sostiene il peso emotivo senza scorciatoie

Difetti

  • La freddezza della regia esclude chi cerca un'esperienza catartica
  • Alcuni passaggi narrativi richiedono concentrazione costante
4.0 su 5

Verdetto

Zvyagintsev non concede nulla al pubblico facile, ma chi lo segue trova un cinema di sostanza rara: un'indagine spietata sulla corruzione morale di un'epoca.