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"Notre salut" — Recensione

Recensione

"Notre salut" — Recensione

3.5 su 5
2026 2h 35m StoriaCommedia

Emmanuel Marre scava nella storia famigliare per raccontare la mediocrità del Governo di Vichy. Un film ambizioso ma tormentato da scelte stilistiche discutibili.

di Alessio Valtolina ·

Emmanuel Marre torna dietro la macchina da presa — stavolta da solo, senza il supporto di Julie Lecoustre come in Generazione Low Cost — per raccontare una storia che è prima di tutto personale. Notre salut è nato da una ricerca negli archivi familiari di Marre, dal carteggio tra i suoi bisnonni durante il 1940: il bisnonno Henri decise di lasciare moglie e figli nella Francia occupata dai nazisti per installarsi a Vichy, convinto di poter trovare il suo posto nel nuovo governo. È un’operazione narrativa rischiosa, quella di Marre, perché mescola la storia grandiosa — il Governo di Vichy, il regime di Pétain, le compromissioni con il nazismo — con l’umiliante quotidianità di un uomo mediocre che insegue il potere. Non è il racconto di un eroe tradito, ma di un funzionario che si adatta, negozia, sopravvive. E lì sta il coraggio del film.

La struttura è efficace proprio perché rifiuta la retorica: non c’è eroismo patriottico, niente drammi costruiti per commuovere. Henri Marre, interpretato da Swann Arlaud con una freddezza quasi ostile che funziona perfettamente, è un burocrate qualunque che redige pamphlet politici e partecipa a discussioni ministeriali credendo davvero di poter contribuire alla “Nuova Francia”. Arlaud non concede nulla al sentimentalismo — il suo Henri è piatto, intelligente solo quel tanto che basta per sentirsi importante, capace di autoinganno totale. È una recitazione di sottrazione, e in questo sta la sua efficacia. Intorno a lui, Sandrine Blancke nelle vesti di Paulette Henri (la moglie abbandonata a casa) dipinge il dolore senza gridare, attraverso silenzi e lettere non risposta. Mathieu Perotto veste Gasque, un compagno di carriera di Henri, più astuto e meno ideologico. Il cast costruisce un affresco di mediocrità diffusa, dove le responsabilità storiche si diluiscono nella grigiore burocratica, nelle feste dove si beve champagne mentre il Paese crolla, negli uffici dove le decisioni vengo prese come se fossero dettagli amministrativi.

Quello che Marre fa di intelligente è rifiutare l’interpretazione morale facile. Non ti dice: “Henri è un vigliacco, è un collaborazionista, merita il disprezzo”. Invece ti mostra la sua quotidianità, i suoi ragionamenti, le sue lettere piene di illusioni e autoinganno. C’è una scena dove Henri discussa con altri funzionari di nuove normative economiche; lui ascolta, prende appunti, vede una logica nelle proposte. Nessuno di loro è consapevole di stare costruendo un inferno — credono di stare amministrando. E quella scena, apparentemente muta e burocratica, contiene il vero orrore del film: non la violenza visibile, ma l’ordinaria follia degli uomini ordinari che collaborano per piccoli motivi personali.

C’è qualcosa di veramente interessante nel modo in cui il film suggerisce di leggere la Francia di Vichy non come un’eccezione storica, ma come uno specchio inquietante del presente. Gli accordi tra disoccupati e Stato, le proposte “ragionevoli” che mascherano ordini impliciti, la colpevolezza distribuita su migliaia di burocrati piccoli. In uno dei momenti più tagliente del film, un funzionario spiega — quasi casualmente, durante una cena — come i disoccupati hanno diritto di rifiutare due volte un lavoro proposto, ma al terzo rifiuto vengono estromessi dal sistema di sussidio. Non sta ordinando un omicidio; sta descrivendo una procedura amministrativa “giusta”. Non è la Francia del 1940, è la ricetta dei governi “democratici” di questi anni. Marre non batte il chiodo ossessivamente, ma la connessione c’è, e funziona come una bomba silenziosa nella testa dello spettatore.

Detto questo, il film non sempre sa gestire questa ambizione stessa. Accanto alla ricerca di verismo storico e credibilità documentaria, Marre si affida talvolta a scelte stilistiche che sembrano provenire da un altro film: musiche moderne, reminiscenze psichedeliche che ricordano Jesus and Mary Chain, il tipo di anacronismo che Sophia Coppola usava volutamente in Marie Antoinette per destabilizzare lo spettatore e ribaltare le aspettative. Qui però quello scopo non è sempre evidente, e il risultato è che lo sguardo si distacca dalla narrazione. Non è un vezzo autoriale elegante e consapevole; è più una confusione di linguaggio che lascia il pubblico perplesso. In un film che cerca il verismo, la credibilità storica tangibile, quegli effetti sonori anacronistici suonano fuori posto, come se Marre non fosse ancora del tutto sicuro di cosa voglia: un dramma storico senza concessioni oppure un esperimento meta-narrativo sulla riscrittura della storia.

La durata di 155 minuti pesa come un’ipoteca narrativa. Marre racconta con calma glaciale, costruisce atmosfere grigie e soffocanti, non ha fretta. Ma c’è qualcosa nella struttura che avrebbe potuto essere più snella senza perdere potenza. Non è una critica di principio alla lunghezza — molti capolavori storici la giustificano pienamente — ma piuttosto l’impressione che Marre stia ancora imparando a dosare il suo materiale, a capire quando trattenere e quando accelerare. È il suo primo film da solo; in Generazione Low Cost aveva il supporto della co-regia Lecoustre. Qui il peso narrativo è interamente sulle sue spalle, e si vede. Nel secondo atto soprattutto, il film rallenta oltre l’intenzione: scene che potrebbero essere condense in pochi minuti si dilatano, conversazioni che avrebbero potuto essere elittiche diventano circolari. È comprensibile, è una lezione che ogni regista impara, ma resta un difetto reale.

Ciò detto, è comprensibile che il Festival di Cannes abbia aperto le porte della competizione ufficiale a questa opera. L’ambizione non è nascosta dietro fronzoli; l’intenzione è chiarissima, e il film comunica qualcosa di vero sulla storia e sul presente, una connessione tra il collaborazionismo burocratico di ieri e le forme più insidiose di autoritarismo manageriale di oggi. Non è un capolavoro, non ancora — Marre non è ancora completamente padrone del suo linguaggio formale, soprattutto quando mescola stili. Ma è un’opera che merita lo sforzo, che ha qualcosa da dire a chi vuole ascoltare, e che non ha paura di sporcarsi le mani nella storia vera, grigia, nella mediocrità degli uomini ordinari che costruiscono tragedie.

Notre salut arriva al cinema il 30 settembre 2026. È un film che richiede attenzione, una certa pazienza, e una disposizione reale a seguire Marre nella sua ricerca personale dentro gli archivi familiari e storici, dentro la mediocrità di un’epoca — e implicitamente, di tutte le epoche. Non per chi cerca intrattenimento lineare, ma esattamente per chi sa riconoscere quando un regista sta provando a dirci qualcosa che va oltre la superficie, anche se non sempre trova il linguaggio perfetto per farlo. Vale la pena scoprirlo, soprattutto se ami il cinema di ricerca che osserva la storia senza semplificarla.

Pregi

  • Approccio personale e famigliare a un tema storico ricco di implicazioni contemporanee
  • Ambizione narrativa: il parallelo tra la Francia di Pétain e le politiche attuali è sottile ma inquietante
  • Cast solido con Swann Arlaud nel ruolo di Henri Marre

Difetti

  • Scelte stilistiche anacronistiche (musiche moderne) che staccano lo spettatore dall'atmosfera
  • La durata di 155 minuti pesa su una narrazione che potrebbe essere più snella
  • Equilibrio difficile tra intento politico e racconto famigliare
3.5 su 5

Verdetto

Un'opera ambiziosa che non sempre sa gestire i suoi stessi intenti. Vale la pena di scoprirla, soprattutto per chi ama il cinema di ricerca storica.