Carla Simón, dopo Estate 1993 e Alcarràs, torna a Cannes con un film che potrebbe sembrare, a prima vista, un’opera su come affrontiamo i fantasmi della memoria familiare. Ma Romería – Il mare dei ricordi è molto più che questo. È un’opera sulla forma stessa del ricordo, su come il cinema può abitare lo spazio tra ciò che è stato e ciò che immaginiamo sia stato, tra la storia che conosciamo e quella che ci è stata sottratta.
La storia parte da un dato autobiografico, come spesso accade nei film di Simón: una giovane donna, Marina, che ha diciotto anni nell’estate del 2004, cresce a Barcellona dopo aver perso i genitori da piccola. Suo padre e sua madre, morti di Aids quando lei era ancora bambina, avevano vissuto in Galizia negli anni Ottanta, in quel momento storico spagnolo di transizione democratica e di pericolosi sconfinamenti. Marina torna nei luoghi dove i suoi genitori hanno amato e si sono persi, cercando di riconnettere i frammenti di una vita che non ha mai potuto vivere. Non è una ricerca nostalgica, però. Non è neanche un’inchiesta biografica tradizionale. È piuttosto un’immersione: Marina prende una videocamera, filma, annota, e il film diventa il diario di quella ricerca.
Ciò che rende Romería difficile da raccontare è proprio ciò che lo rende straordinario: la regista rifiuta di mettere in ordine i pezzi. La struttura del film è palesemente frammentaria, fatta di capitoli che assomigliano più a schizzi che a scene compiute. I parenti di Marina vanno e vengono, raccontano versioni diverse della stessa storia, mentono, rivelano, ma non c’è un momento in cui i tasselli incastrano perfettamente. È come guardare una marea che avanza e si ritira, dove il significato non è mai fissato. E questa non è negligenza narrativa: è una scelta formale consapevolissima. Simón sta dicendo che la memoria familiare non è recuperabile come un tesoro nascosto — è un’esperienza di continua ricerca e continuo fraintendimento, di simmetrie che non si incontrano mai.
Il film guarda indietro al passato attraverso lo sguardo della figlia, e mentre lo fa il passato si mescola al presente in modo fluidissimo. Il tempo non è lineare: i gatti tracciavano traiettorie di senso, il mare culla i pensieri, le fotografie e i diari vecchi diventano materia viva del racconto. C’è una qualità onirica che non annulla il naturale, ma lo compenetra. Ci sono scene girate come si girano i documentari, con attori non professionisti, e altre dove il sogno contende la verità delle cose al realismo quotidiano. Tutto questo è sostenuto da uno stile che è insieme rigido (nella sua geometria narrativa) e completamente libero (nella sua apertura all’incertezza).
Quel che colpisce di più è come Simón trasforma il film in opera sulla nascita di una cineasta. Marina studia cinema all’università, filma gli istanti, gli incontri, le cose. Romería è dunque un film su un film che sta nascendo, sulla forma che comincia a prendere forma. Non è autoreferenziale in modo narcisistico: è piuttosto un’indagine su come lo sguardo della cinepresa può essere uno strumento di conoscenza, di appartenenza, di riconciliazione con il passato. Marina non trova tutte le risposte — non potrebbe farlo, perché non tutte le risposte esistono. Ma il processo di ricerca, il modo in cui filma, il rigore giocoso con cui nuota in questo mare di ricordi, è la risposta vera.
Il cast mescola volti professionisti e non professionisti, voci che parlano spagnolo, catalano, galiziano, lingue che sovrappongono strati di identità e appartenenza. La giovane Llúcia Garcia, che interpreta Marina, ha uno sguardo documentaristico, come se stesse veramente cercando, veramente ascoltando. I personaggi secondari — gli zii, i cugini, la nonna — non sono personalità compiute ma frammenti di memoria, testimonianze che non si incrociano. Non è un difetto: è l’esatto contrario. È il punto.
Certo, il film non è facile. Ci sarà chi lo troverà troppo vago, troppo poco narrativo, troppo dispersivo. Il girotondo di personaggi stonato (e lo è deliberatamente) può apparire come mancanza di fuoco. Ma chi riesce a lasciarsi portare dalla sua struttura scopre un’opera che non spiega, non risolve, non tranquillizza. Sceglie invece di abitare il dubbio, la ferita, l’incompletezza come stati poetici legittimi. Romería – Il mare dei ricordi è un film sulla impossibilità di tornare interamente a casa, e sulla bellezza di continuare a cercare comunque. È imperfetto e vitale, ferito e visionario. È uno dei film su cui riflettere più a lungo, anche se — o soprattutto se — non ce l’ha fatto facile durante la visione.



