C’era un’urgenza di fare un nuovo documentario su Roberto Rossellini, regista che ha cambiato il cinema con “Roma città aperta” del 1945 e che ha continuato a sperimentare fino alla morte nel 1977. “Rossellini - Più di una vita” di Ilaria de Laurentiis, Andrea Paolo Massara e Raffaele Brunetti è il documentario che mancava, e la 20ª Festa di Roma gli ha dato il Premio del Pubblico Terna.
Il film. 105 minuti che ripercorrono la vita e l’opera di Rossellini attraverso materiali d’archivio (alcuni inediti, dagli archivi della famiglia), testimonianze (i figli Isabella e Roberto Jr., l’ex moglie Sonali Senroy Das Gupta, collaboratori storici), e analisi critiche di studiosi (Adriano Aprà, Gianni Rondolino, Sergio Toffetti). Una struttura tradizionale ma applicata con intelligenza.
Cinema sul cinema
Tagliamo corto: la cosa migliore del documentario è il modo in cui dialoga con la teoria. André Bazin scrisse su Rossellini alcuni dei migliori saggi della storia della critica cinematografica. Il documentario riprende quel discorso — il neorealismo come scoperta dell’asse di realtà, il cinema documentario come fondamento del cinema di finzione — senza trasformarlo in lezione universitaria. I tre registi lasciano che le parole di Rossellini stesso (in interviste recuperate degli anni ‘60 e ‘70) facciano il lavoro teorico.
C’è una sequenza, al minuto cinquanta, in cui Rossellini parla a una conferenza universitaria dell’idea che il cinema “non debba creare, ma scoprire”. La sua voce — calma, profonda, ironica — riempie l’inquadratura mentre vediamo immagini dei suoi set: “Paisà”, “Stromboli”, “Viaggio in Italia”. È cinema sul cinema che funziona perché si fida del proprio soggetto.
La famiglia, sì, ma con misura
Le testimonianze di Isabella Rossellini e Roberto Rossellini Jr. sono ovviamente fondamentali. I tre registi hanno avuto accesso agli archivi privati della famiglia, e i risultati si vedono: foto inedite, lettere di Rossellini a Ingrid Bergman, riprese amatoriali. Ma il documentario non scivola mai nel celebrativo. Quando si parla del rapporto burrascoso con Bergman, dei figli illegittimi, della crisi degli anni ‘60, i registi non addolciscono.
L’unico difetto è che il documentario richiede un minimo di familiarità con il neorealismo italiano. Per chi non sa cosa sia stato “Roma città aperta” o “Stromboli”, il film resta interessante ma forse non gli dice tutto quello che potrebbe.
Premio del Pubblico Terna alla 20ª Festa di Roma. Distribuzione italiana: Istituto Luce Cinecittà, in sala dal 5 dicembre 2025 per l’anniversario dei 60 anni di “Roma città aperta”.



