Quando si sceglie di staccarsi dal fratello con cui hai costruito una filmografia di culto, devi avere coraggio. Benny Safdie, dopo gli anni di “Good Time” e “Uncut Gems” firmati con il fratello Josh, esordisce da solo con “The Smashing Machine”. E lo fa con una scelta che il sottoscritto non si aspettava: un biopic sportivo con Dwayne Johnson. Sulla carta sembrava la ricetta perfetta per il disastro. Sullo schermo è uscito uno dei film più sinceri di Venezia 82.
La storia è quella vera di Mark Kerr, leggendario combattente americano di MMA degli anni ‘90-2000, due volte campione UFC. Dwayne “The Rock” Johnson lo interpreta dopo essersi sottoposto a un anno di preparazione fisica e protesica per trasformare la sua faccia iconica in qualcosa di irriconoscibile, segnato. Emily Blunt è la fidanzata Dawn, Ryan Bader (combattente reale) interpreta il rivale e amico Mark Coleman. Il film copre l’arco di carriera di Kerr dall’apice fino alla discesa nel dipendenza da oppiacei e nell’oblio.
La trasformazione di Dwayne Johnson
Tagliamo corto: Johnson è la cosa più sorprendente del 2025 cinematografico americano. L’attore che per vent’anni ha incassato decine di miliardi facendo sempre lo stesso personaggio — il muscoloso simpaticone — qui scompare. Non si tratta solo del trucco, anche se il lavoro di Kazu Hiro sulla protesi facciale è impressionante. Si tratta di postura, di voce, di come riempie il silenzio. C’è una scena al settantacinquesimo minuto in cui Kerr siede da solo in cucina dopo un’overdose mancata, e Johnson non fa niente — letteralmente, niente. Per due minuti pieni guarda il pavimento. È la sequenza più potente che gli abbia visto fare in carriera.
Per il sottoscritto questo è il punto: Safdie ha capito che Johnson aveva bisogno di un regista che gli dicesse “non fare”. I fratelli Safdie l’avevano già fatto con Adam Sandler in “Uncut Gems”, svelando un attore drammatico dentro il comico. Qui replicano l’operazione: trovare l’attore dentro l’icona. Mark Kerr era un uomo di pochissime parole, gentile, distrutto, e Johnson lo onora abbandonando ogni tic da star.
Una regia che dialoga con Bresson e con Cassavetes
La regia di Safdie senza il fratello è più sobria di quella che ci aveva abituato a “Uncut Gems”. Niente macchine a mano frenetiche, niente Daniel Lopatin che martella alla colonna sonora. Qui c’è una stasi che ricorda — e lo dico con cautela — il Bresson di “Un condamné à mort s’est échappé”: piani lunghi, oggetti che pesano, gesti minimi. Ma c’è anche una vena Cassavetes, soprattutto nelle scene domestiche con Dawn: la macchina che gira intorno ai corpi senza tagliare, lasciando che gli attori improvvisino dentro il quadro.
La fotografia di Sean Price Williams — già con i Safdie in “Heaven Knows What” — fa un lavoro straordinario nel passare dal pulito iperreale delle gabbie da combattimento al granuloso freddo dei motel anonimi del Midwest. È un film che capisce che lo sport, qui, non è il punto: lo sport è la scusa per filmare un corpo che si distrugge.
L’unico difetto
Brutto brutto? No, ma il secondo atto perde mordente. C’è una sequenza al Pride Tournament in Giappone (1999, evento reale) che funziona meno bene di quanto dovrebbe, e il montaggio si concede un paio di derive sentimentali che il film non meritava. Quando Safdie si lascia tentare dalla musica orchestrale per riempire l’emozione, si vede la mano del montatore mainstream che ha tentato di rendere il film più vendibile a A24. Per il resto, il film recupera nel terzo atto con un’intensità che ricorda il finale di “The Wrestler” di Aronofsky — paragone obbligato, ma “The Smashing Machine” è meno lirico e più asciutto.
Insomma, il Leone d’Argento alla regia è meritato. La giuria di Alexander Payne ha riconosciuto che Safdie da solista è una voce diversa da Safdie con il fratello: meno barocca, meno cocaina visuale, più Bresson. E Emily Blunt — devo dirlo — riesce a non essere mai “la fidanzata del protagonista”. Dà al suo personaggio una compitezza autonoma che il copione le forniva solo in parte. Quando guarda Kerr dall’altro lato del tavolo durante una cena rovinata, capisci che lei è il vero centro morale del film.
Per chi ama il cinema americano indipendente fatto bene, fiondatevi. Per i fan di Johnson che cercano l’azione, andranno delusi. “The Smashing Machine” arriva nei cinema italiani il 5 marzo 2026 distribuito da Lucky Red.
Leone d’Argento per la miglior regia all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.



