Buonvino – Misteri a Villa Borghese ha chiuso i conti con il suo primo ciclo di quattro episodi lasciando il pubblico di Rai 1 in un’assai strana posizione: soddisfatto dalla risoluzione del giallo, completamente devastato da quello che accade dopo.
Perché funziona così: la serie tratta dai romanzi di Walter Veltroni non è solo un poliziesco classico con tanto di cadavere nella teca dell’anaconda. È una storia su un uomo, Giovanni Buonvino, che dopo un errore professionale viene mandato al commissariato di Villa Borghese come una sorta di esilio interno. Ma il cuore verde di Roma si rivela tutt’altro che una destinazione marginale.
Il caso del Bioparco: vendetta e dolore antico
L’ultima puntata chiude efficacemente l’indagine principale. Quella teca con il cadavere senza testa e senza vestiti non era uno spettacolo fine a se stesso: era il crimine di chi voleva rendere irriconoscibile la vittima, complicare il lavoro degli investigatori, offuscare la realtà di ciò che era stato fatto.
La vittima è Gino Maggioni, ex chirurgo che nel tempo aveva abbandonato il camice bianco per finire negli affari sporchi: usura, spaccio, il solito catalogo di delinquenza minuta che porta con sé troppi nemici. Ma Buonvino non si ferma alla superficie. Fa quello che sa fare meglio: ricostruisce i legami, le tracce, i motivi veri.
E il motivo vero è una tragedia antica. Maggioni era responsabile della morte di un paziente durante un intervento chirurgico. La moglie di quell’uomo ha custodito il dolore per anni, l’ha tramutato in odio, e infine in vendetta. È una vendetta che nasce da una colpa percepita come insanabile, da un lutto mai elaborato. Non è il crimine passionale di un momento, è l’omicidio maturato nel silenzio, nel risentimento che cresce giorno dopo giorno.
Così il Bioparco diventa il teatro di una storia molto più umana e meno spettacolare di quanto promettesse quella prima scena. E Marchesi, nel ruolo di Buonvino, conferma ancora una volta che il suo metodo funziona: non è il commissario che insegue il clamore, è l’uomo che ascolta il dolore e ne ricostruisce le geometrie.
Il vero finale: Veronica e il colpo di scena
Ma ecco il punto. Il caso si chiude, tutto si risolve, il pubblico dovrebbe staccarsi dallo schermo soddisfatto. E invece BaldoShow sa che non è così perché il finale della serie non è il momento in cui viene arrestato l’assassino. Il finale è quello che arriva dopo.
Tra Giovanni Buonvino e Veronica Viganò c’era un legame profondo sin dal primo episodio. Uno di quei rapporti complicati, non consumato ma nemmeno del tutto inesplorato, rimasto sospeso in uno spazio che non è amicizia e nemmeno amore dichiarato. Qualcosa di più fragile e più vero.
E nel finale arriva il colpo di scena che cambia il senso di tutta la serie. Non è uno spoiler che possiamo darvi così nudo, ma è quello che fa capire che Buonvino – Misteri a Villa Borghese non era interessato solo a risolvere delitti. Era interessato a ciò che i delitti rivelano delle persone che rimangono vive.
Perché funziona, e cosa aspettarsi
La serie ha funzionato perché ha mantenuto l’equilibrio tra due generi: il poliziesco tradizionale, dove i misteri si risolvono con la logica e l’investigazione, e il drama più intimo, dove le vite private delle persone si incrinano. Giorgio Marchesi non è un Montalbano né un Corsaro, è un commissario che sbaglia, che soffre, che capisce le cose dopo aver provato a fare altro.
Questo finale drammatico apre chiaramente la strada a una possibile seconda stagione. Non è un cliffhanger pubblicitario, è una vera frattura emotiva che riapre domande fondamentali su chi è Buonvino e su cosa vuole davvero dalla sua vita, oltre ai casi da risolvere e al caffè al commissariato.
Rai 1 ha trovato una formula che funziona: il giallo italiano riletto con uno sguardo contemporaneo, dove il mistero è sempre il pretesto per parlare di persone, di errori, di colpe, di ciò che resta quando le indagini finiscono e il silenzio arriva.


