Vai al contenuto
"Enola Holmes 3" — Recensione

Recensione

"Enola Holmes 3" — Recensione

3.5 su 5
2026 1h 45m AvventuraMisteroCrime

Il terzo capitolo della saga ritrova Millie Bobby Brown a Malta, con un nuovo regista e una trama che matura verso temi più adulti. Funziona grazie al carisma della protagonista, anche se la formula inizia a logorare.

di Alessio Valtolina ·

Ritorna Enola Holmes, e con lei ritorna anche quel particolarissimo universo che Netflix ha costruito intorno al personaggio femminile più celebre della famiglia investigativa di Conan Doyle. Sei anni dal primo film, quattro dal secondo: il pubblico che ha seguito Millie Bobby Brown in queste avventure ottocentesco-contemporanee si aspetta di trovare quello che l’ha sedotto inizialmente — il carisma della giovane attrice, il gioco enigmistico, il tono leggero ma consapevole. E il terzo capitolo prova a mantenere questa promessa, semplicemente spostandosi in un’ambientazione diversa: Malta, anziché la Londres vittoriana o il continente europeo. È una scelta geografica che sulla carta promette varietà visiva, ma che nel pratico finisce per mascherare una formula narrativa che ormai mostra tutti i suoi cedimenti.

Il cambio di guardia registico e i suoi limiti

Qui arriviamo al primo vero cambio di guardia. Philip Barantini sostituisce Harry Bradbeer alla regia, portando con sé l’esperienza di aver diretto Adolescence, un successo di piattaforma che ha dimostrato la sua competenza nel gestire attori giovani e dinamiche relazionali complesse. È una scelta intelligente, almeno sulla carta: il film non perde il suo ancoraggio narrativo, perché Jack Thorne — lo sceneggiatore dei due capitoli precedenti — torna al lavoro. Ma qui iniziano i nodi da sciogliere.

Bradbeer aveva qualcosa di Bradbeer: un’energia visiva incisiva, una capacità di ritmo che sapeva saltellare tra il giallo vittoriano e l’ironia moderna senza che uno schiacciasse l’altro. Guardando i primi due capitoli, c’era una mano registica che si sentiva — non invadente, ma precisa. Barantini, per quanto competente e attento ai dettagli, non porta con sé lo stesso tipo di visione. Il film è solido, costruito bene, ma manca di quella scintilla di personalità che rendeva i precedenti capitoli qualcosa di più di un semplice intrattenimento. Sembra quasi che il nuovo regista abbia detto: “Ok, tengo il tono, mantengo la formula, ma non innovo niente”. È una non-scelta registica, quella che caratterizza molto del cinema di piattaforma quando decide di giocare sul sicuro.

La location di Malta, fotografata con competenza dalla cinematografia, aggiunge varietà estetica genuina. Non è la grigia Londra vittoriana né i castelli europei dei capitoli precedenti: ci sono spiagge dorate, architettura mediterranea, luce naturale che cambia il mood della storia. Eppure una location bella da sola non basta quando la storia che vi accade dentro sta reiterando schemi narrativi che abbiamo già visto. È come mettere una nuova cornice a un quadro che ha già perso il suo potere di stupire.

La maturazione tematica che non basta

Il terzo Enola Holmes prova a maturare. Non è più solo una detective story leggera con una ragazza brillante che risolve misteri: questa volta la trama affonda le radici in rapimenti e matrimoni, in intrighi che toccano sfere più emotive e personali. È un tentativo legittimo di allargare il pubblico, di dire “adesso la saga cresce insieme ai suoi protagonisti”. Ma nel farlo, il film rischia di perdere quella che era la sua forza principale: l’elemento del puzzle, del giallo vero e proprio dove il pubblico gioca insieme a Enola a risolvere il mistero step by step.

C’è una scena, verso il primo atto, dove Enola riceve una lettera che la spinge a Malta. La sequenza è costruita con cura, con quel tipo di montaggio che dovrebbe farci sentire l’urgenza, l’importanza di quello che sta per accadere. Ma mentre la guardi, capisci che non stai realmente giocando al gioco — stai solo guardando qualcuno che gioca il gioco per te. Non c’è quello spazio narrativo dove tu come pubblico possa pensare “ah, ma se fosse stato così? E se invece…?”. È tutto già deciso, tutto già incanalato. Il mistero non è un puzzle da risolvere: è una scusa per mettere in scena una storia di relazioni personali e legami familiari.

Non dico che sia sbagliato. Dico che quando cambi il tipo di storia che racconti, devi farla bene. E qui, il cambio è avvenuto, ma non con la chiarezza di visione che meriterebbe. Gli intrighi matrimoniali vengono tirati in ballo come se improvvisamente fossero il focus, ma non hanno la profondità tematica per reggere da soli il peso di un film intero. Sono più scenari per creare conflitto che veri dilemmi morali o emotivi che ci tocchino davvero.

Millie Bobby Brown: il salvagente carismatico

Millie Bobby Brown resta il cuore pulsante di tutto questo. Ha il carisma naturale, la brillantezza negli occhi, quella capacità di farsi amare nonostante tutto. Quando è in scena — e per fortuna lo è per la gran parte del film — il ritmo si aggiusta, la dialettica funziona di nuovo. Lei sa navigare il registro pop-sofisticato della saga, quella cosa qui dove il genere da un lato gioca con le convenzioni del mystery vittoriano, dall’altro flirta con il blockbuster moderno. È una performance che non sorprende — l’abbiamo vista fare questa esattamente tre volte adesso — ma che funziona, punto. Un’attrice di talento che sa come tenere insieme la serietà e il divertimento.

Tutto il resto del cast è relegato a ruoli subordinati. Henry Cavill ritorna come Sherlock Holmes, e c’è quello strano dinamismo che caratterizza la relazione tra i due fratelli: affetto mascherato da competizione intellettuale, quella cosa qui British ma affettuosa. Ma Cavill non ha molto da fare qui — è più una sagoma che un personaggio. Stesso discorso per gli altri attori coinvolti nella trama dei matrimoni e dei rapimenti: bravi, professionali, ma non memorabili.

Esiste una sequenza, circa a metà film, dove Enola e Sherlock si trovano in conflitto diretto su come procedere con un’indagine. È uno dei momenti migliori del film perché le due personalità si scontrano, e Brown ha lo spazio per mostrare la frustrazione, l’intelligenza, il desiderio di dimostrare che non è la sorellina incompetente. È quasi un duetto verbale, e funziona. Poi il momento passa, e il film torna a cercare di essere qualcosa che non è del tutto riuscito.

La formula che si logora

Ecco il punto chiave: questa è la questione fondamentale di Enola Holmes 3. Nel 2025, sei anni dopo il debutto, il pubblico di questa saga si divide in due categorie ben distinte. Da una parte ci sono quelli che amano il personaggio di Enola a prescindere da quello che succede intorno — per loro il film donerà il piacere solido di ritrovare quella figura familiare, intelligente, con i suoi tempi comici ben calibrati. Dall’altra parte ci sono quelli che cercavano una storia davvero ingegnosa, un mistero che merasse di stare in scena, quel tipo di giallo che ti tiene inchiodato alle scelte narrative.

Per i secondi, il terzo capitolo è una delusione morbida, non acuta. Non è male nel senso di incompetente. È male nel senso di “prevedibile”, “ovvio”, “già visto”. Il film sa esattamente come funzionano questi meccanismi da ormai tre film: sa come mettere a tempo i battute, come costruire il montaggio di un inseguimento, come far sembrare importante una rivelazione. Ma sa anche, chiaramente, che non ha niente di nuovo da dire su questi meccanismi. Non c’è nessuna vera innovazione narrativa, nessuna scelta stilistica audace che dica: “Ok, il franchise è cresciuto, e adesso vuole parlare di cose diverse”. È solo repetition without reinvention.

C’è una scena verso il finale, dove vengono rivelate motivazioni di certi personaggi, che è costruita con una certa solidità narrativa. Ma anche lì, sei già a sei film di mystery, e questa rivelazione non è così diversa dalle altre che hai visto. Lo vedi arrivare da lontano, e quando finalmente accade, è più “ah, ok, come pensavo” che “wow, non me l’aspettavo”.

Il verdetto consapevole

Insomma: Enola Holmes 3 funziona come intrattenimento su Netflix. Se mercoledì sera cerchi qualcosa di leggero, con una protagonista carismatica e una trama che non ti appesantisce, è lì. È fatto bene abbastanza da non farti perdere l’attenzione, è lungo abbastanza da darti il senso di aver passato il tempo in compagnia di qualcuno simpatico. Ma non è il film che ti fa saltare dalla sedia, non è quello che ti entra sotto la pelle tre giorni dopo. Non è quello che guarderai di nuovo tra un anno per riassaporare i momenti migliori.

È competente, costruito bene, fatto da persone che sanno il fatto loro — la fotografia è corretta, il montaggio non è noioso, gli effetti speciali sono solidi. Semplicemente, la magia inizia a evaporare quando la formula si ripete per la terza volta. Dopo tre volte, una formula non è più un gioco: è un pattern che il cervello riconosce, cataloga, archivia senza sorpresa.

Vale guardarlo se ami Millie Bobby Brown e il mondo di questa saga — se il personaggio è sufficientemente attraente da reggere da solo una visione. Non vale se stavi aspettando un vero salto in avanti, un’ambizione narrative diversa, qualcosa che giustificasse l’attesa di sei anni. Netflix ha scelto di giocare sul sicuro, e il pubblico fedele della saga avrà il suo intrattenimento domenicale. Il resto, semplicemente, rimarrà a casa.

Enola Holmes 3 è disponibile in streaming su Netflix dal 4 novembre 2025.

Pregi

  • Millie Bobby Brown mantiene il carisma che ha reso memorabili i precedenti capitoli
  • La location di Malta aggiunge varietà visiva alla serie
  • Il tono più maturo e gli intrighi matrimoniali allargano il pubblico potenziale

Difetti

  • Il cambio di regista non porta innovazioni significative alla formula ormai consolidata
  • La trama dei rapimenti e matrimoni rischia di diluire l'elemento investigativo che caratterizza la saga
  • Sei anni di distanza dal debutto non bastano a rinnovare profondamente il franchise
3.5 su 5

Verdetto

Enola Holmes 3 è un passatempo solido su Netflix, ma la formula inizia a mostrare la fatica. Vale la visione se ami la protagonista; non è un capolavoro di cui sentivi la mancanza.