Beth de Araújo è una regista brasiliana-americana che il cinema indie conosce dal 2022 quando aveva esordito con “Soft & Quiet” — thriller domestico di rabbia bianca che aveva fatto rumore al SXSW. “Josephine” è il suo passaggio a un budget più alto, con star americane (Channing Tatum, Gemma Chan) e una presenza in concorso a Berlino che la consacra come voce emergente.
La storia. Josephine (“Josie”, interpretata dalla piccola Lila Solana) ha otto anni e vive con genitori americani benestanti a Los Angeles. Una sera assiste casualmente a un evento traumatico in casa — il film lo svela gradualmente — e da quel momento smette di parlare. I genitori (Tatum e Chan) cercano di tenere insieme la famiglia mentre il loro segreto rischia di venire fuori.
Channing Tatum sa fare cinema
Tagliamo corto: Tatum continua la sua lenta ma riuscita transizione da star comica/d’azione a attore drammatico. Dopo “Magic Mike” trilogia e “Blink Twice” (2024), qui Tatum interpreta un padre che sta cercando di proteggere una bugia che sa di essere insostenibile. Niente espressioni teatrali, niente urla. Tatum tiene il personaggio con una sobrietà che ricorda — e dico con cautela — il Tom Hanks di “Road to Perdition”. Stessa capacità di abitare la paternità ambigua.
Lila Solana — bambina americana di otto anni alla sua seconda esperienza cinematografica — è la cosa più memorabile del film. Quando smette di parlare e si limita a osservare i genitori che si disgregano, Solana riempie il primo piano con quella vecchiezza incomprensibile dei bambini che hanno visto cose troppo grandi. Ricorda — e dico con cautela — la Brooke Shields ragazzina di “Pretty Baby” di Louis Malle (1978).
Il dispositivo del trauma
C’è una tradizione del cinema americano sul “bambino testimone” che parte da Hitchcock (lo “Sguardo” sotto le scale di “Notorious”) e arriva fino a Lynne Ramsay (“Morvern Callar”, “We Need to Talk About Kevin”). De Araújo si inserisce in questa famiglia con un dispositivo asciutto: tutto è raccontato dal punto di vista di Josie, che ha smesso di parlare ma continua a vedere. La fotografia di Tobias Datum lavora con altezze basse, prospettive del bambino, dettagli che il pubblico cattura come una bambina catturerebbe.
L’unico difetto è la sceneggiatura. De Araújo scrive con un co-autore (Christopher Rivera) e in alcuni passaggi il copione diventa troppo didascalico — i dialoghi adulti spiegano cose che il film stava già mostrando in modo elegante attraverso il silenzio di Josie. Gemma Chan, attrice eccellente, è sotto-utilizzata: il suo personaggio aveva spazio per essere molto più complesso, ma il film le concede solo poche scene davvero forti.
Distribuzione italiana confermata da Universal Pictures per la primavera 2026.
In concorso alla 76ª Berlinale.



