Vai al contenuto
"Yellow Letters" — Recensione

Recensione

Berlinale 2026

"Yellow Letters" — Recensione

4.5 su 5

İlker Çatak vince l'Orso d'Oro 2026 con un dramma sul totalitarismo turco girato a Berlino. Wenders lo definisce 'la lingua politica del cinema contro la lingua del totalitarismo'. È vero.

di Alessio Valtolina ·

İlker Çatak è di quei registi che il cinema d’autore europeo aspettava da tempo. Dopo “La sala professori” del 2023 — candidato all’Oscar come miglior film straniero per la Germania, vincitore in tantissimi festival — il regista turco-tedesco torna alla Berlinale 76 con “Yellow Letters” e si porta a casa l’Orso d’Oro. Il sottoscritto è uscito dalla Berlinale Palast convinto di aver visto uno dei film politici più importanti del decennio.

La premessa. Derya (Özgü Namal) e Aziz (Tansu Biçer) sono due attori turchi di teatro che lavorano ad Ankara. Nei loro spettacoli affrontano temi che il governo Erdoğan ha “scoraggiato” per anni: corruzione, repressione, diritti delle minoranze. Una notte la polizia si presenta a casa loro con accuse vaghe, li costringe alle dimissioni dal teatro statale, e li mette su una lista di sorvegliati speciali. Il film racconta i mesi successivi: l’esilio interno, la perdita progressiva di reddito, di amici, di voce.

Una scelta artistica spiazzante

Tagliamo corto: la cosa che colpisce di più è la scelta di Çatak di girare tutto a Berlino, non in Turchia. Le strade di Ankara sono in realtà quelle di Kreuzberg. Le case sono palazzi di Neukölln. I caffè sono caffè turchi di Berlino. Çatak non cerca di nascondere niente: il film dichiara apertamente la propria natura di “Turchia immaginata da chi vive l’esilio in Germania”. È un dispositivo politico potente. Il regista sta dicendo: quello che succede in Turchia, succede ovunque. Wim Wenders, presidente della giuria, lo ha riassunto magistralmente in conferenza stampa: “il dramma della lingua politica del totalitarismo contro la lingua empatica del cinema”.

Özgü Namal e Tansu Biçer sono due nomi che il cinema italiano scoprirà presto. Attori di teatro affermatissimi in Turchia, qui costruiscono una coppia che ricorda — e dico con cautela — il Trintignant e la Riva di “Amour” di Haneke. Stessa solidità di reciproca presenza, stessa capacità di reggere insieme silenzi lunghi. Quando Derya, in una scena centrale, scrive una lettera al figlio adulto che non vuole più sentirla parlare di politica, Namal regge il primo piano per quasi tre minuti senza una lacrima. È cinema dell’introiezione, e funziona perché Çatak non ha fretta.

Cinema politico fatto bene

C’è una tradizione del cinema politico che parte dal Costa-Gavras di “Z” e arriva fino al Christian Petzold di “Phoenix”. “Yellow Letters” appartiene a questa famiglia ma con una sensibilità ancora più asciutta. Çatak rifiuta la spettacolarità: la repressione è raccontata attraverso conversazioni telefoniche tagliate, posta non recapitata (le “lettere gialle” del titolo, quelle dello stato turco notificate ai sospettati), permessi negati. È la burocrazia del totalitarismo, e Çatak la filma per quello che è: ottusa, gentile, devastante.

La fotografia di Judith Kaufmann lavora con luci basse, palette plumbea, dettagli urbani che rendono Berlino interscambiabile con qualsiasi altra città europea. È una scelta consapevole: il film parla di un’esperienza universale, non solo turca.

L’unico difetto è il tono costantemente cupo. Çatak non concede mai un momento di respiro, e i 138 minuti possono pesare. Ma è una scelta etica più che estetica: il dolore del totalitarismo non concede pause, e il film vuole farti sentire quella pressione.

L’Orso d’Oro è pienamente meritato. Wim Wenders ha visto giusto. La distribuzione italiana è confermata da Movies Inspired per la primavera 2026.

Orso d’Oro alla 76ª Berlinale, 21 febbraio 2026.

Pregi

  • Özgü Namal e Tansu Biçer: due interpretazioni di livello mondiale
  • Çatak conferma il talento di 'La sala professori' e va oltre
  • Una scelta artistica audace: ambientare la Turchia a Berlino, e funziona

Difetti

  • Tono cupo costante che richiede pazienza
  • Conoscenza minima del contesto politico turco aiuta a capire alcune scene
4.5 su 5

Verdetto

Orso d'Oro pienamente meritato. Cinema politico di rara intelligenza. Çatak è ormai uno dei nomi del cinema europeo che contano.