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"Les Roches Rouges" — Recensione

Recensione

Cannes 2026

"Les Roches Rouges" — Recensione

4.0 su 5
2026 1h 31m DrammaRomance

Dumont abbandona il nichilismo per una fiaba neorealista sui bambini della Costa Azzurra. Romeo e Giulietta riscritto fra scogliere rosse e sguardi innocenti.

di Alessio Valtolina ·

Bruno Dumont torna a Cannes — stavolta nella Quinzaine, quella stessa sezione che lo lanciò nel 1997 — con un film che sorprende innanzitutto per il suo allontanamento dai territori che da sempre lo caratterizzano. Sì, perché Les Roches Rouges è ancora Dumont, ma è un Dumont che per la prima volta sembra aver messo da parte il nichilismo imperante, quello stesso nichilismo che ha marchiato a fuoco film come L’Humanité e L’Empire. E invece qui respira un’aria diversa: più leggera, più fiabesca, pur mantenendo intatta la sua sottile visione politica e il suo sguardo particolare sulle creature umane.

Il film nasce da una fascinazione verso una delle tragedie più celebri della letteratura: Romeo e Giulietta di Shakespeare. Ma naturalmente Dumont non poteva prenderla così com’è. La reinterpreta, la scava, la risistema secondo il suo marchio di fabbrica: quel «lavorare col basso» che significa guardare il cinema dalle prospettive dei margini, dei piccoli, degli ultimi. Qui il « basso » diventa letteralmente l’altezza dei bambini della Costa Azzurra che incarnano le due fazioni in eterno conflitto. Non soldati, non adulti consumati dalle loro guerre ideologiche: bambini innocenti, ancora intoccati dai drammi della vita terrestre, che Dumont descrive come alieni interessati unicamente a due cose — prendersi gioco degli adulti che gli capitano sottotiro e lanciarsi dalle altissime scogliere dalle quali il film prende il nome.

È qui che il merito principale di Les Roches Rouges si fa evidente: la scelta dei luoghi, la Costa Azzurra, non è né sfondo né pretesto decorativo. Dumont trasforma quelle rocce rosso sangue, quel mare limpido, in un paesaggio che esce dalla realtà non verso il surrealismo respingente del passato, ma verso una dimensione fiabesca vera e propria. L’uso delle ottiche anamorfiche con effetto distorcente, la manipolazione cromatica delle immagini riprese, ogni decisione registica porta il film fuori da ciò che conosciamo come mondo reale — ma non per portarci in universi altri, in mondi di fede religiosa isolati o di fantascienza smaccata. No: il risultato è un’atmosfera dove il male non ha soluzione eroica o filosofica, ma trova risposta nella cosa più semplice e più vera che esista: l’abbraccio fra due bambini. Un abbraccio goffo, sgraziato, involontariamente doloroso, ma di una sincerità disarmante.

Ciò che colpisce è il coraggio nel tono. Dumont storico — quello che abbiamo conosciuto per vent’anni — è un autore che non scappa dalla realtà, ma la affronta frontalmente, spesso con durezza. Qui invece c’è una scelta di toccare il male, riconoscerlo, ma poi scegliere di contemplare la possibilità di una vita migliore. Non è una resa, non è un ammorbidimento sentimentale. È una rielaborazione della lezione neorealista in controtendenza alla contemporaneità più allarmante. È Zavattini — il pedinamento, lo sguardo sugli ultimi — declinato da un autore che ha sempre guardato il mondo da una prospettiva obliqua, e che qui la mantiene, ma con una luce diversa.

Sua Nightswim, la casa di produzione italiana che lo sostiene, rappresenta una delle pochissime presenze italiane a Cannes 2026. È significativo: perché questo film, pur restando nell’orbita francese — la Costa Azzurra è territorio dupontiano da sempre — ritrova una continuità con il neorealismo italiano, con quella tradizione di guardare i bambini non come innocenti da proteggere, ma come figure dotate di forza sociale e politica. Dumont qui fa più che adattare Shakespeare: crea una ponte fra la sua filmografia e una tradizione che lo ha sempre affascinato, filtrata attraverso la sua sensibilità contemporanea.

Il film più visivamente travolgente della carriera di Dumont fino ad oggi. Non per spettacolarità, ma per coerenza: ogni immagine, ogni scelta di colore, ogni distorsione ottica porta con sé un significato narrativo e filosofico. È raro trovare un autore maturo che cambi direzione senza tradire se stesso. Dumont lo fa qui, e il risultato è un cinema che respira, che parla di speranza senza ingenuo ottimismo, che trova nella semplicità dell’infanzia un’utopia ancora possibile.

Per chi arriva dal Dumont degli ultimi vent’anni, questo potrebbe suonare come un tradimento — la perdita della forza della grottescità, del conflitto mai risolto. Per chi invece sa riconoscere quando un autore evolve mantenendo la propria essenza, Les Roches Rouges è uno di quei film che ripaga la pazienza del cinema d’autore.

Pregi

  • Visione più ottimista e luminosa rispetto alle opere precedenti di Dumont
  • Lavoro straordinario sulla location: rocce rosse e mare trasformati in paesaggio fiabesco tramite anamorfiche distorcenti
  • Protagonisti bambini visti come entità forti e politiche, non sentimentali
  • Reinterpretazione originale del Romeo e Giulietta shakespeariano attraverso il pedinamento zavattiniano

Difetti

  • Il tono fiabesco potrebbe non convergere con chi ama il nichilismo e la grottescità della filmografia precedente di Dumont
4.0 su 5

Verdetto

Un Dumont che sorprende: meno nichilista, più umano. Fra le scogliere rosse della Costa Azzurra, trova una soluzione al male nell'abbraccio di due bambini. Cinema che respira.